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Diario


19 giugno 2008

UE, direttiva rimpatri: i criminali siamo noi!

 

Con 369 voti favorevoli, 197 contrari e 106 astenuti il Parlamento europeo ha approvato la direttiva Weber, più nota come “direttiva sui rimpatri”; i trenta emendamenti, che erano stati presentati per ritardare l’iter dell’approvazione e per mitigare alcuni punti della direttiva stessa, sono stati tutti respinti.

Analizzando il provvedimento adottato dalla UE si rimane sconcertati di fronte all’approvazione di alcuni articoli. L’articolo 5, per esempio, permette di detenere ed espellere i minori, anche se non accompagnati e anche nel caso in cui nel loro paese di origine non abbiano né famiglia né tutori legali. In nome quindi della nostra sicurezza, del nostro quieto vivere, ci dimentichiamo dei diritti dei minori, del loro diritto ad essere accolti e di non essere abbandonati al loro destino.

L’articolo 9 vieta per cinque anni agli espulsi la possibilità di ritorno nello stesso paese. Molte organizzazione umanitari e Ong hanno messo in evidenza come questa previsione metta a rischio sia molti ricongiungimenti familiari che, addirittura, il diritto di asilo.

Davvero scandaloso è l’art.12 che toglie la garanzia del patrocinio legale gratuito per gli immigrati, rinviando la questione alla legislazione nazionale. Certo, chi arriva su un barcone sulle nostre coste, avrà sicuramente la possibilità di rivolgersi ad un avvocato…ma ce ne rendiamo conto? L’Europa, patria dei diritti e dell’accoglienza, impedisce, da ieri, a migliaia di persone che vivono una situazione di enorme disagio, la possibilità di tutelare i propri diritti in sede giudiziaria.

L’articolo 14 prevede la cosiddetta “detenzione amministrativa” fino ad un anno e mezzo per qualsiasi straniero giunto o in ogni caso presente nel territorio di uno dei paesi europei in maniera ritenuta ‘irregolare’. A parte il fatto che anche il neo-commissario UE per la giustizia, Jacques Barrot, ha riconosciuto che la stessa definizione di irregolarità varia da paese a paese, e che quindi questo fatto rende possibile casi di diversa applicazione della normativa, è facile notare che il limite massimo di detenzione di diciotto mesi è più alto dei limiti in vigore attualmente in quasi tutti i paesi europei: non è difficile ma è agghiacciante prevedere che molti paesi correranno ad adeguare, legittimati dalla UE, il limite massimo di detenzione amministrativa.

Mi è piaciuta la riflessione di Guido Barbera, presidente del Cipsi e anche della mia Ong, il Vides, che ho letto sull’agenzia di stampa Misna. Guido, mettendo in evidenza il fatto che la direttiva sui rimpatri viola diversi articoli della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” approvata proprio 60 anni fa, mette in evidenza come la risposta alla sfida del fenomeno delle migrazioni “necessita di una politica di cooperazione autentica, finalizzata ad offrire concretamente a tutti i cittadini la possibilità di beneficiare di tutti i loro diritti riconosciuti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Sempre su Misna ho letto la sdegnata reazione di Jean Leonard Touadi, parlamentare dell’Italia dei Valori che, riferendosi alla tragedia dei giorni scorsi sulle nostre coste, ha chiesto: “I 40 del barcone sarebbero stati rei di essere immigrati clandestini; oggi sono rei di essere morti?”; e ha proseguito: “L’esercito va mandato in quei porti e in quelle zone d’ombra del nostro paese dove le organizzazioni criminali come mafia e ‘ndrangheta la fanno da padrona. La clandestinità è una condizione esistenziale, non un reato.”

Credo davvero che sia arrivato il momento di reagire di fronte a tanta ingiustizia e mi preoccupa, da questo punto di vista, il silenzio del “cittadino della strada”. La nostra richiesta di sicurezza, sicuramente legittima e sacrosanta, non può essere barattata con la violazione indiscriminata dei diritti umani nei confronti di migliaia di persone. Dobbiamo essere inflessibili nei confronti di chi delinque ma nello stesso tempo avere anche chiaro che la maggioranza delle persone che arrivano sulle nostre coste è costretta a fuggire dal proprio paese perché colpito da guerre, regimi dispostici, fame o disastri naturali dei quali spesso i paesi ricchi sono responsabili.

E allora, se, come dice il presidente della Commissione europea Barroso, gli immigrati clandestini sono spesso delle vittime, perché trattarli come dei colpevoli a prescindere?

Spero che questo sia il tempo della società civile, della responsabilità collettiva, della cittadinanza attiva. Spero che la reazione di fronte ad una direttiva tanto ingiusta e insensibile faccia correggere la direzione ai nostri governi che si sono mostrati così ciechi e sordi.




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18 giugno 2008

Giornata mondiale contro la desertificazione

 

Si è celebrata ieri in tutto il mondo la giornata internazionale contro la desertificazione che aveva come tema “Combattere il degrado delle terre per un’agricoltura sostenibile”. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, dando sviluppo al tema della giornata, ha auspicato che “le terre aride e di confine” arrivino ad essere “considerate potenziali aree di agricoltura intensiva sia per i prodotti alimentari che per i fabbisogni energetici”.

Al di là di questo comprensibile e condivisibile auspicio del segretario generale dell’Onu, è un dato che il deterioramento del suolo diminuisce sensibilmente le terre coltivabili del pianeta, interferendo in maniera negativa sulla vita delle persone e sullo sviluppo economico dei paesi e causando di conseguenza un clima di instabilità politica e sociale.

Il livello della desertificazione del pianeta ha raggiunto un livello tale che ogni anno l’Africa perde quattro milioni di ettari di foreste con una media doppia rispetto al resto del mondo.

Per capire il pericolo delle desertificazione ed individuare le possibili soluzioni e contromisure bisogna arrivare a capirne le cause, che hanno un duplice profilo: quello delle responsabilità dell’uomo, ravvisabili nello sfruttamento eccessivo delle terre, nel disboscamento e nella cattiva irrigazione, e quello dei fattori naturali quali la natura dei suoli, le piogge, il vento, le temperature. Analizzando le cause della desertificazione appena illustrate si capisce facilmente come per arginare il problema sia necessario agire a livello locale, investendo sui comportamenti delle singole comunità. Solo passando dal globale al particolare è possibile acquisire la reale consapevolezza del problema e cercare di arrivare a delle soluzioni concrete.

Agire nel locale per un miglioramento globalizzato, con la consapevolezza che i nostri comportamenti hanno davvero un’incidenza generale e che molti fenomeni legati alla desertificazione sono collegati fra di loro: la deforestazione praticata da chi abita le terre alte può essere all’origine dell’inondazione di terre basse, l’inquinamento provocato dalle fabbriche può azzerare la pesca, il degrado delle terre aride, in ultima analisi, causa milioni di rifugiati che trovano riparo in altri paesi.



Fonte: Misna




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17 giugno 2008

Uno sguardo sul mondo - 17 giugno 2008

 

Colombia, appello di Morales alle Farc

un appello all’abbandono della lotta armata è stato rivolto ieri alle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) dal presidente boliviano Evo Morales il quale ha ribadito come la lotta per la sovranità e la giustizia sociale non si può fare spargendo sangue innocente e ha auspicato un accordo politico fra le forze rivoluzionarie e il governo per giungere alla soluzione del problema. L’appello di Morales alle Farc per “condurre una rivoluzione democratica e culturale” è giunto pochi giorni dopo un ragionamento analogo fatto dal presidente venezuelano Chavez che aveva chiesto al movimento di liberare subito e senza condizioni tutti gli ostaggi che sono ancora nelle loro mani. E’ davvero da sperare che questo tardivo ma importante movimento di due dei presidenti più influenti dell’America Latina consenta un rapido epilogo della situazione. Per molti anni le troppe connivenze fra le Farc e alcuni governi dell’America del sud ha legittimato di fatto l’operato criminale del forze rivoluzionarie e ha dato buon gioco ai pur deficitari presidenti colombiani per non impegnarsi nel risolvere il problema.

Burkina Faso: campagna di vaccinazione per 800.000 bambini

Finalmente una bella notizia che arriva dall’Africa! Lo scorso fine settimana nella zona di frontiera fra il Burkina Faso e il Niger ha avuto luogo la prima fase di una vasta campagna di vaccinaziona contro la poliomielite che ha visto in sinergia il ministero della Sanità del Burkina, l’Unicef e l’Organizzazione mondiale della Sanità. In questa prima fase, nella quale si è proceduto all’immunizzazione di quasi 800.000 bambini fra gli 0 e i 5 anni in dieci distretti del paese, sono stati impegnati oltre 5000 volontari e 600 addetti sanitari. La seconda fase della campagna, con il richiamo del vaccino, avrà luogo fra un mese. Se si pensa che il costo dell’operazione è stato di appena 700.000 dollari si può facilmente capire come sarebbe semplice, se solo ci fosse la volontà politica, ridurre drasticamente il numero, la gravità e l’incidenza delle malattie che affliggono il continente africano e che ogni giorno provocano migliaia di vittime.

Africa: Giornata del bambino africano

Si è svolta ieri in tutto il continente africa la diciassettesima edizione della Giornata del bambino africano che quest’anno aveva come tema quello del “diritto alla partecipazione”. La data della Giornata, il 16 giugno, è stata scelta nel ricordo delle centinaia di studenti uccisi a Soweto (Sudafrica) dalla polizia mente manifestavano per opporsi al sistema di istruzione introdotto dal regime dell’apartheid. Quest’anno celebrazioni di questa giornata si sono avute in molti paesi africani, dalla Sierra Leone all’Uganda, dall’Etiopia al Congo dove, nella capitale Kinshasa, il programma nazionale per il disarmo, la smobilitazione e il reinserimento (Pnddr) la lanciato una campagna di sensibilizzazione per combattere l’arruolamento dei minori nei gruppi armati nel paese.

Italia: immigrati fra problemi di sicurezza e accesso ai servizi sanitari

Il clima di “enfasi sulla sicurezza” e di “criminalizzazione degli immigrati” che si sta respirando in questi mesi in Italia sta producendo “una riduzione dell’accesso degli irregolari ai servizi sanitari” con gravi conseguenze sulla salute di questi ultimi e rischi per la collettività. E’ quanto denuncia la Società italiana di medicina delle migrazioni che in una lettera aperta denuncia come il pacchetto sicurezza, “pur non contenendo condizioni ostative all’accesso ai servizi sanitari all’accesso ai servizi sanitari, è di per sé ‘patogeno’ per gli immigrati e per la collettività”. Nel denunciare questo fatto la Simm chiarisce come anche “gli immigrati irregolari clandestini abbiano il diritto ad essere assistiti” sia per le urgenze che per le cure essenziali, gli interventi di prevenzione e di continuità assistenziale” in una logica di “garanzia della tutela” collettiva.




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12 giugno 2008

Lavoro minorile: non basta un giorno per contrastarlo

 

Oggi, 12 giugno, si celebra la giornata mondiale contro il lavoro minorile. Una piaga che, nonostante una situazione che sembra tendenzialmente migliorare, colpisce ancora milioni di giovani. Certo, negli ultimi dieci anni, il numero dei minori lavoratori di età compresa fra i cinque e i diciassette anni è sceso sensibilmente e soprattutto in America Latina il miglioramento è stato forte ed incisivo. Tutto vero, ma come essere felici quando questo dramma coinvolge ancora un bambino su sette? Quando nell’Africa sub-sahariana i minori di età compresa fra i cinque ed 14 anni economicamente attivi sono circa 50 milioni, rappresentando il 26% della popolazione? Non è demagogia affermare che fino a quando ci saranno bambini costretti a lavorare per garantire la propria sopravvivenza e quella della propria famiglia quello sarà un segno evidente che viviamo ancora in un mondo ingiusto.

Quale la soluzione quindi? Mi trovo in linea con quanto affermato dal direttore generale dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), Juan Somavia, quando dice l’unico rimedio passa soltanto tramite l’estensione del diritto all’educazione, l’unico arricchimento concreto e duraturo attraverso il quale poter finalmente rompere quel vincolo che lega lavoro minorile e povertà e che porta milioni di minorenni ad abbandonare le scuole per andare a lavorare. Educazione come contrasto al lavoro minorile quindi. Ma è proprio su questo punto che le istituzioni internazionali sono carenti. Non bastano dichiarazioni di principio. Ci vogliono strumenti politici e giuridici per fare pressione su quei paesi, e sono tanti specialmente in Africa, che volontariamente non investono che pochi spiccioli sull’educazione dei propri cittadini, nella convinzione che tenerli nell’ignoranza è essenziale per mantenere lo status quo e non impensierire chi sta nella stanza dei bottoni.




permalink | inviato da mauz il 12/6/2008 alle 13:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


4 giugno 2008

Rispetto della legge e bene comune universale

 

“Ai Paesi destinatari delle migrazioni, soprattutto all'Europa, rinnovo l'appello in favore dei migranti africani, molti dei quali sono senza dubbio senza documenti, ma spinti da persecuzioni, fame, violenze e tratta di esseri umani. Certamente i governi hanno in tutto ciò la loro competenza, che noi rispettiamo, ma questa competenza deve tradursi ed esprimersi in un dialogo multilaterale, perché nessuno oggi può risolvere questioni così complesse unilateralmente. In ogni caso, è da rifiutare senza tentennamenti l'equivalenza che alcuni fanno tra immigrato irregolare e criminale, anche se, ovviamente, chi si trasferisce in un Paese deve osservarne le regole sociali e giuridiche, ed essere considerato responsabile, come tutti, per il male che commette. I governi devono tener conto del bene comune della loro nazione, ma nel contesto del bene comune universale, cioè di tutta l'umanità. Il Papa stesso moltiplica gli appelli per il rispetto dei diritti dei migranti e delle loro famiglie”. (Da un estratto di un articolo di monsignor Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti pubblicato oggi sull’Osservatore Romano e ripreso dall’agenzia di stampa Misna.)

Mi è piaciuto molto questo invito al dialogo, alla comprensione di fenomeni spesso molto complessi per capire i quali non si può e non si deve far ricorso a soluzioni sicuramente immediate ma quasi sempre parziali e propagandiste. Il dovere del rispetto della legge è sacrosanto ma questo può e deve essere preteso anche in un’ottica di bene comune universale. Ritengo questo passaggio molto alto e nello stesso concreto. Purtroppo anche così lontano dalle risposte piene di pregiudizi, luoghi comuni e colpevoli mistificazioni che si sono lette e sentite in questi giorni.




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4 giugno 2008

E se i cambiamenti climatici fossero soprattutto un paravento?

 

Parlando della crisi alimentare che sta mettendo in ginocchio molti paesi del sud del mondo e che rischia di ridurre alla fame milioni di persone bisogna essere molto attenti nell’individuare le responsabilità. Molto spesso si sente parlare di crisi alimentare causata principalmente dai cambiamenti climatici, dai conseguenti disastri naturali e dall’evoluzione verso i biocarburanti. A parte il fatto che anche ammettendo queste situazioni come la causa esclusiva del dramma alimentare sarebbe piuttosto facile capire che queste stesse situazioni sarebbero non solo la causa della crisi ma anche l’effetto di scelte politiche sbagliate perché non sufficientemente rispettose dell’ambiente, bisogna anche fare attenzione a che la motivazione “cambiamenti climatici” non sia il paravento per coprire una molteplicità di scelte politiche sbagliate da parte dei paesi ricchi e non dia ancora una volta la possibilità alle potentissime multinazionali di proporre politiche speculative..

Condivido da questo punto di vista il senso dell’intervista riportata dall’agenzia di stampa Misna a Ndiogou Fall, presidente della Rete delle organizzazioni contadine dell’Africa occidentale (Roppa). Fall non esita ad individuare nelle politiche commerciali liberali applicate negli ultimi trent’anni la causa principale della crisi alimentare e di conseguenza l’unica soluzione in una riforma seria di queste politiche che dia la possibilità ad ogni paese del sud del mondo la possibilità di proteggere la sua economia e la sua agricoltura.

Fall sottolinea anche il fatto che i contadini ridotti alla fame cercano, spesso senza successo, miglior fortuna nelle città dove molte volte la vita è ancora più dura e le possibilità di sopravvivenza ancora minori. Anche in questo caso si spiega come il fenomeno dell’urbanizzazione che rende impossibile la vita nelle città e lascia le campagne come terra di conquista per le multinazionali non sia un fenomeno ineluttabile ma la conseguenza di scelte politiche precise e irresponsabili.

Quelli dei cambiamenti climatici e dell’suo sempre più incontrollato dei biocarburanti sono senz’altro problemi seri che devono essere affrontati con decisione e lungimiranza. Dietro a questi problemi, e molte volte come causa di questi stessi problemi, ci sono però delle responsabilità dell’uomo, anche questa volta chiare e gravi. Su queste bisogna cercare di incidere per creare davvero i presupposti per un cambiamento vero.




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4 giugno 2008

Vertice FAO: governare la globalizzazione

 

Seconda giornata di lavori al vertice dedicato alla sicurezza alimentare in corso alla Fao. Dai resoconti che arrivano da Roma mi ha particolarmente colpito l’intervento della ministra dell’Agricoltura del Cile, Marigen Hornkohl Venegas.

Le sue parole hanno messo all’attenzione dei partecipanti due concetti fondamentali:

1) la necessità che la politica si riprenda il suo compito di governare al meglio la globalizzazione non abbandonandosi totalmente, specie nel campo dell’agricoltura, alla logica per la quale il mercato dovrebbe sempre autoregolarsi.

2) L’inevitabilità di adottare misure di breve-medio periodo per combattere la crisi alimentare, come “l’eliminazione del protezionismo e dei sussidi che i paesi sviluppati garantiscono ai propri agricoltori e che distorcono il commercio agricolo internazionale.”

Ritornare alla politica quindi per cercare di regolare un fenomeno, quello della globalizzazione, che ha trovato terreno fertile per espandersi e divenire quasi incontrollabile proprio nel momento in cui l’economia, le leggi di mercato, hanno sovrastato la politica stessa rendendola ininfluente.

Un ritorno alla politica anche per consentire una maggior coerenza dei mercati. Dove sta la coerenza dei paesi più industrializzati che da una parte invocano il libero mercato capace di autoregolarsi e poi creano situazioni protezioniste e garantiscono sussidi ai propri agricoltori?

Anche in questo caso si tratta di liberismo in base alla convenienza? Sembra proprio di sì. Ecco perché in un vertice mondiale come quello in corso a Roma assumono un’importanza fondamentale le dichiarazioni di rappresentanti di governi di paesi nei quali l’agricoltura è uno degli elementi essenziali dell’economia nazionale e che vivono sulla propria pelle questa globalizzazione incoerente.




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3 giugno 2008

Ziegler su crisi alimentare

 

Vi riporto un intervento di Jean Ziegler, docente di sociologia alla Sorbona di Parigi e all'università di Ginevra, ex-parlamentare svizzero, oggi Relatore speciale sul diritto all'alimentazione per la Commissione sui diritti dell'uomo dell’Onu. L’estratto, riportato dall’agenzia di stampa Misna che a sua volta lo ha ripreso dal testo integrale pubblicato dal Manifesto, credo contenga un interessante punto di vista su quanto stanno dibattendo i capi di Stato e di Governo riuniti in questi giorni a Roma per il vertice della Fao.

“Quali sono le cause principali delle gravi violazioni dei diritti alla nutrizione conseguenti all'aumento dei prezzi? E qual'è la causa dell’ aumento? Una delle principali è la speculazione, che avviene soprattutto alla Chicago commodity stock exchange (Borsa delle materie prime agricole di Chicago), dove vengono stabiliti i prezzi di quasi tutti i prodotti alimentari del mondo. Tra il novembre e il dicembre dello scorso anno il mercato finanziario mondiale è crollato e più di 1000 miliardi di dollari investiti sono andati in fumo. Di conseguenza la maggioranza dei grandi speculatori, come quelli che investivano in “hedge funds”, hanno finito per investire in “options” e “futures” sui prodotti agricoli grezzi e sui generi di prima necessità. Nel 2000 il volume commerciale dei prodotti agricoli alle varie Borse ammontava approssimativamente a 10 miliardi di dollari; a maggio del 2008 ha raggiunto i 175 miliardi di dollari. Solo nel mese di gennaio 2008, quando è iniziata questa inversione di tendenza, tre miliardi di nuovi dollari sono stati investiti alla “Chicago commodity stock exchange”. Tutti i generi di prima necessità sono per lo più controllati da almeno otto grandi multinazionali. La più grande società che commercia grano è la “Cargill”, nel Minnesota, che l'anno scorso controllava il 25% di tutti i cereali prodotti nel mondo. I profitti della Cargill nel primo trimestre del 2007 erano pari a 553 milioni di dollari; nel primo trimestre del 2008 sono arrivati a un miliardo e 300 milioni. E' difficile calcolare esattamente quanto la speculazione abbia influito sull'aumento dei prezzi. La World Bank fa una stima che si aggira intorno al 37%; Heiner Flassbeck, direttore della Divisione strategie globalizzazione e sviluppo dell'Unctad (United nations conference on trade and development), sostiene che questa stima va probabilmente raddoppiata".





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IN AFRICA DANZANDO LA VITA
Maurizio Cei


Un resoconto, un diario, un viaggio fotografico in parole di alcuni dei momenti più significativi vissuti durante molteplici esperienze di volontariato in terra africana (in Kenya, Angola e Mozambico). Tramite un’associazione di Roma, il VIDES, fondata da una Salesiana di Don Bosco, suor Maria Grazia Caputo, ho avuto modo dal 1996 ad oggi di "sperimentarmi" in attività di solidarietà concreta ed appassionata, in ambito internazionale ed in Italia. In ciascuna di queste occasioni ho provato emozioni che mi hanno fatto crescere e di cui conservo ricordi indimenticabili. In particolare, porto in me il meraviglioso continente africano, troppo spesso travisato e veicolato con visioni distorte ed incomplete. Non sarò certo io a riuscire a darne un quadro verosimile o esaustivo: sono solo un ragazzo che ha dalla sua la curiosità e la voglia di capire. Ma di certo il mio è un tributo sincero ed appassionato, un abbraccio ideale che tenta di ricambiare quello concreto che ho ricevuto lì.      
                                              Maurizio Cei

Se volete informazioni relative al mio primo (e unico?) libro, o se volete acquistarne una copia, potete contattarmi all'indirizzo di posta elettronica ceiempoli@inwind.it. Sono disponibile a fare presentazioni del libro da qualsiasi parte venga invitato, naturalmente a titolo gratuito. La quota a me spettante dalle vendite del libro, e anche un parte di quelle di spettanza della casa editrice, saranno destinati a sostenere progetti di cooperazione internazionale promossi dalla ONG Vides, particolarmente in Mozambico.

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