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7 novembre 2008

Repubblica Democratica del Congo: appello della società civile italiana

 

Beati i Costruttori di Pace, Chiama l'Africa, Cipsi, Commissione Justitia et Pax degli istituti missionari italiani, Gruppo Pace per il Congo e Tavola della Pace hanno sottoscritto un appello comune per fermare le violenze che ancora una volta stanno sconvolgendo la Repubblica Democratica del Congo. Nel giorno in cui a Nairobi si incontrano i presidenti di Congo e Ruanda e il Segretario Generale delle Nazioni Unite nel tentativo di trovare uno sbocco a questa crisi, credo sia bello sottolineare i contenuti di questo appello lanciato da alcune delle organizzazioni maggiormente impegnate sui temi della pace e dello sviluppo.

"L'offensiva lanciata nel Nord Kivu dal Cndp (Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo), un esercito irregolare sotto il comando del generale Laurent Nkunda, attestatosi alle porte della città di Goma, costringe ancora una volta la popolazione inerme a prendere la strada della fuga. Non si sa con certezza quanti siano questa volta i profughi che hanno dovuto abbandonare le loro case. Certamente si tratta di centinaia di migliaia che vanno ad aggiungersi al milione di persone già censite come sfollati dalle agenzie umanitarie. La Comunità internazionale sta riconoscendo che si tratta di una nuova catastrofe umanitaria e si sta mettendo in moto per l'invio di aiuti di emergenza. Resta tuttavia il problema politico delle cause di questa nuova guerra e dei problemi lasciati irrisolti, nonostante le elezioni nella Repubblica Democratica del Congo e i tanti accordi non rispettati firmati dalle parti in causa. Sono tanti gli attori di questa nuova crisi. Da una parte il Governo congolese, che nel Kivu ha ottenuto con le elezioni del 2006 un grandissimo consenso, perché la popolazione sperava che sarebbe stato capace di portare la pace e il diritto dopo tanti anni di guerra. Dall'altra il generale Nkunda, che ha rifiutato di integrarsi con il suo gruppo armato nell'esercito regolare congolese, come prevedevano gli accordi firmati. Di più, durante questi anni, l'armata di Nkunda è andata sempre più rafforzandosi, anche con l'aiuto di forze esterne al paese, primo fra tutti il governo rwandese. Nkunda in questo momento ha anche il controllo amministrativo delle zone conquistate. E' in campo anche l'Onu, con una presenza massiccia di militari (17.000, di cui 8.000 nel Kivu) che avrebbero il compito di assicurare il rispetto degli accordi presi, ma che sempre più, nonostante il mandato ricevuto in base al capitolo VII dello Statuto delle Nazioni Unite, non riesce a garantire l'osservanza di questi accordi, suscitando così la reazione della stessa popolazione, che si sente non protetta e abbandonata. Sullo sfondo di tutto la ricchezza di questo territorio, definito “scandalo geologico”, che ha fatto dire ai vescovi congolesi che questa guerra è un “paravento” che nasconde lo sfruttamento indiscriminato delle risorse. A subire questa tragedia resta la popolazione inerme, stremata da una lunghissima guerra che ha fatto oltre quattro milioni di vittime e delusa nelle proprie speranze più profonde dopo aver partecipato in massa e con entusiasmo al processo elettorale. I problemi e le sfide sul campo sono tanti: la costruzione di uno stato di diritto nella Repubblica Democratica del Congo, dopo una lunghissima guerra e la dittatura di trent'anni circa di Mobutu; la qualificazione dell'esercito della Repubblica Democratica del Congo, impreparato e corrotto, con i militari malpagati o non pagati, i quali trovano il loro mantenimento vessando la popolazione; la difficoltà di mettere insieme in un unico esercito gruppi armati che per anni si sono combattuti tra loro; la presenza nel territorio congolese di profughi hutu rwandesi e dei loro figli che si sono rifugiati in questo territorio dopo il 1994 e che non possono essere semplicemente definiti tutti come Interahamwe e responsabili del genocidio rwandese; l'entrata in campo di nuovi soggetti che vogliono partecipare allo sfruttamento delle ricchezze del territorio, primo fra tutti la Cina, con la quale il Governo congolese ha stipulato un accordo; la probabile ingerenza di paesi confinanti, primo fra tutto il Rwanda, che alcuni affermano aspiri ad impadronirsi di questo territorio anche tenendo conto della sovrappopolazione che l'affligge. Noi sappiamo che, nonostante questi problemi irrisolti e la grande delusione dopo le elezioni, la gran parte della popolazione ha ancora la volontà di costruire una convivenza pacifica, uscendo definitivamente dalla guerra. Donne e uomini che si organizzano per resistere, per tentare di trovare non solo i mezzi per la sopravvivenza, ma anche e soprattutto strade di riconciliazione e di pace. E' su queste persone, crediamo, che si deve contare per iniziare un'inversione di marcia che ponga le basi di una pace stabile. Nel frattempo occorre dare voce alla politica, cominciando da alcuni punti fermi: Organizzare con urgenza l’azione umanitaria per rispondere all’emergenza; Partire dagli accordi firmati tra le parti. Occorre che la Comunità internazionale si mobiliti perchè siano attuati. Ci riferiamo in particolare agli accordi di Nairobi del novembre 2007 (disarmo dei gruppi armati dei profughi hutu rwandesi) e l'accordo firmato a Goma nello scorso mese di gennaio che dava vita al “Progetto Amani” per il disarmo di tutti i gruppi armati; Ribadire il mandato, unificando le regole di ingaggio dei contingenti delle Nazioni Unite presenti nel Kivu, perché possano svolgere il compito che è loro assegnato, cioè quello di far rispettare gli accordi e proteggere la popolazione. Anche fermando le truppe irregolari di Nkunda che stanno occupando il territorio; Creare un osservatorio internazionale sulle concessioni minerarie e di legname affinché si arrivi ad accordi legali e trasparenti e anche la popolazione possa godere del frutto di queste immense ricchezze; Arrivare ad accordi stabili per evitare sconfinamenti da parte dei paesi confinanti; Risolvere definitivamente il problema della presenza nel Kivu dei profughi hutu rwandesi, distinguendo le responsabilità e non colpevolizzando l'intera comunità. Uno degli elementi dello stato di diritto è il riconoscimento della soggettività della colpa e della pena; Partendo dalla sofferenza delle persone colpite, instaurare un dialogo ad oltranza che ridoni fiato alla politica e blocchi ogni scorciatoia di violenza armata; Proprio per questo, ripristinare l'embargo delle armi per i paesi della Regione, primi fra tutti la Repubblica Democratica del Congo, il Rwanda e l’Uganda; Sostenere gli sforzi della società civile organizzata affinché possa svilupparsi sempre più il processo di riconciliazione e di perdono reciproco. Facciamo appello all’Italia, che è membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, perché svolga un ruolo attivo in quella sede e in Europa affinché vengano rispettati i diritti delle persone, sviluppata la democrazia, fermata ogni aggressione armata e finalmente perseguita la pace."




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7 novembre 2008

Dichiarazione finale primo forum cattolico-musulmano

Riporto qua sotto il testo integrale della diciarazione finale del primo forum cattolico-musulmano. Credo che momenti come questo possano davvero essere molto utili per la creazione di un vero dialogo interreligioso. Cert, emanare dei principi è molto più semplice che vivere la quotidianità, spesso difficile e complicata. Ma già il fatto di incontrarsi rappresenta sicuramente il primo passo di un percorso sicuramente lungo.


Il forum cattolico-musulmano è stato creato dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e da una Delegazione dei 138 firmatari musulmani della Lettera aperta intitolata Una Parola Comune, alla luce di tale documento e della risposta di Sua Santità Benedetto xvi tramite il suo segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone.

Il suo primo seminario si è svolto a Roma dal 4 al 6 novembre 2008. Sono intervenuti 24 partecipanti e cinque consiglieri di ciascuna delle due religioni. Il tema del seminario è stato «Amore di Dio, amore del prossimo». Il dibattito, condotto in un caldo spirito conviviale, si è concentrato su due grandi temi: «fondamenti teologici e spirituali», «dignità umana e rispetto reciproco».

Sono emersi punti di similitudine e di diversità che riflettono lo specifico genio distintivo delle due religioni.

1. Per i cristiani la fonte e l'esempio dell'amore di Dio e del prossimo è l'amore di Cristo per suo Padre, per l'umanità e per ogni persona. «Dio è amore» (1 Giovanni, 4, 16) e «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Giovanni, 3, 16). L'amore di Dio è posto nel cuore dell'uomo per mezzo dello Spirito Santo. È Dio che per primo ci ama permettendoci in tal modo di amarlo a nostra volta. L'amore non danneggia il prossimo nostro, piuttosto cerca di fare all'altro ciò che vorremmo fosse fatto a noi (cfr. 1 Corinzi, 13, 4-17). L'amore è il fondamento e la somma di tutti i comandamenti (cfr. Galati, 5, 14). L'amore del prossimo non si può separare dall'amore di Dio, perché è un'espressione del nostro amore verso Dio. Questo è il nuovo comandamento «che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Giovanni, 15, 12). Radicato nell'amore sacrificale di Cristo, l'amore cristiano perdona e non esclude alcuno. Quindi include anche i propri nemici. Non dovrebbero essere solo parole, ma fatti (cfr. 1 Giovanni, 4, 18). Questo è il segno della sua autenticità.

Per i musulmani, come esposto nella lettera Una Parola Comune, l'amore è una forza trascendente e imperitura, che guida e trasforma il rispetto umano reciproco. Questo amore, come indicato dal Santo e amato profeta Maometto, precede l'amore umano per l'Unico Vero Dio. Un hadit mostra che la compassione amorevole di Dio per l'umanità è persino più grande di quella di una madre per il proprio figlio (Muslim, Bab al-Tawba: 21). Quindi esiste prima e indipendentemente dalla risposta umana dell'unico che è «amorevole». Questo amore e questa compassione sono così immensi che Dio è intervenuto per guidare e salvare l'umanità in modo perfetto, molte volte e in molti luoghi, inviando profeti e scritture. L'ultimo di questi libri, il Corano, ritrae un mondo di segni, un cosmo meraviglioso di maestria divina, che suscita il nostro amore e la nostra devozione assoluti affinché «coloro che credono hanno per Allah un amore ben più grande» (2: 165) e «in verità il Compassionevole concederà il suo amore a coloro che credono e compiono il bene» (19: 96). In un hadit leggiamo che «Nessuno di voi ha fede finquando non ama il suo prossimo come ama se stesso» (Bukhari, Bab al-Iman: 13).

2. La vita umana è un dono preziosissimo di Dio a ogni persona, dovrebbe essere quindi preservata e onorata in tutte le sue fasi.

3. La dignità umana deriva dal fatto che ogni persona è creata da un Dio amorevole per amore, le sono stati offerti i doni della ragione e del libero arbitrio e, quindi, le è stato permesso di amare Dio e gli altri. Sulla solida base di questi principi la persona esige il rispetto della sua dignità originaria e della sua vocazione umana. Quindi ha diritto al pieno riconoscimento della propria identità e della propria libertà di individuo, comunità e governo, con il sostegno della legislazione civile che garantisce pari diritti e piena cittadinanza.

4. Affermiamo che la creazione dell'umanità da parte di Dio presenta due grandi aspetti: la persona umana maschio e femmina e ci impegniamo insieme a garantire che la dignità e il rispetto umani vengano estesi sia agli uomini sia alle donne su una base paritaria.

5. L'amore autentico del prossimo implica il rispetto della persona e delle sue scelte in questioni di coscienza e di religione. Esso include il diritto di individui e comunità a praticare la propria religione in privato e in pubblico.

6. Le minoranze religiose hanno il diritto di essere rispettate nelle proprie convinzioni e pratiche religiose. Hanno anche diritto ai propri luoghi di culto e le loro figure e i loro simboli fondanti che considerano sacri non dovrebbero subire alcuna forma di scherno o di irrisione.

7. In quanto credenti cattolici e musulmani siamo consapevoli degli inviti e dell'imperativo a testimoniare la dimensione trascendente della vita attraverso una spiritualità alimentata dalla preghiera, in un mondo che sta diventando sempre più secolarizzato e materialistico.

8. Affermiamo che nessuna religione né i suoi seguaci dovrebbero essere esclusi dalla società. Ognuno dovrebbe poter rendere il suo contributo indispensabile al bene della società, in particolare nel servizio ai più bisognosi.

9. Riconosciamo che la creazione di Dio nella sua pluralità di culture, civiltà, lingue e popoli è una fonte di ricchezza e quindi non dovrebbe mai divenire causa di tensione e di conflitto.

10. Siamo convinti del fatto che cattolici e musulmani hanno il dovere di offrire ai propri fedeli una sana educazione nei valori morali, religiosi, civili e umani e di promuovere una attenta informazione sulla religione dell'altro.

11. Professiamo che cattolici e musulmani sono chiamati a essere strumenti di amore e di armonia tra i credenti e per tutta l'umanità, rinunciando a qualsiasi oppressione, violenza aggressiva e atti terroristici, in particolare quelli perpetrati in nome della religione, e a sostenere il principio di giustizia per tutti.

12. Esortiamo i credenti a operare per un sistema finanziario etico in cui i meccanismi normativi prendano in considerazione la situazione dei poveri e degli svantaggiati, siano essi individui o nazioni indebitate. Esortiamo i privilegiati del mondo a considerare la piaga di quanti sono colpiti più gravemente dall'attuale crisi nella produzione e nella distribuzione alimentare, e chiediamo ai credenti di tutte le denominazioni e a tutte le persone di buona volontà di cooperare per alleviare la sofferenza di chi ha fame e di eliminare le cause di quest'ultima.

13. I giovani sono il futuro delle comunità religiose e delle società in generale. Vivranno sempre di più in società multiculturali e multireligiose. È essenziale che siano ben formati nelle proprie tradizioni religiose e ben informati sulle altre culture e religioni.

14. Abbiamo concordato di prendere in considerazione la possibilità di creare un Comitato cattolico-musulmano permanente, che coordini le risposte ai conflitti e ad altre situazioni di emergenza, e di organizzare un secondo seminario in un Paese a maggioranza musulmana ancora da definire.

15. Attendiamo dunque il secondo seminario del Forum cattolico-musulmano che si svolgerà entro due anni, in un Paese a maggioranza musulmana ancora da definire.

Tutti i partecipanti sono stati grati a Dio per il dono di questo tempo trascorso insieme e per questo scambio proficuo. Alla fine del seminario, Sua Santità Papa Benedetto xvi e, dopo gli interventi del professor Seyyed Hossein Nasr e del Grand Mufti Mustafa Ceric, ha parlato al gruppo.

Tutti i presenti hanno espresso soddisfazione per i risultati del seminario e la loro aspettativa di un dialogo più proficuo.


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19 giugno 2008

UE, direttiva rimpatri: i criminali siamo noi!

 

Con 369 voti favorevoli, 197 contrari e 106 astenuti il Parlamento europeo ha approvato la direttiva Weber, più nota come “direttiva sui rimpatri”; i trenta emendamenti, che erano stati presentati per ritardare l’iter dell’approvazione e per mitigare alcuni punti della direttiva stessa, sono stati tutti respinti.

Analizzando il provvedimento adottato dalla UE si rimane sconcertati di fronte all’approvazione di alcuni articoli. L’articolo 5, per esempio, permette di detenere ed espellere i minori, anche se non accompagnati e anche nel caso in cui nel loro paese di origine non abbiano né famiglia né tutori legali. In nome quindi della nostra sicurezza, del nostro quieto vivere, ci dimentichiamo dei diritti dei minori, del loro diritto ad essere accolti e di non essere abbandonati al loro destino.

L’articolo 9 vieta per cinque anni agli espulsi la possibilità di ritorno nello stesso paese. Molte organizzazione umanitari e Ong hanno messo in evidenza come questa previsione metta a rischio sia molti ricongiungimenti familiari che, addirittura, il diritto di asilo.

Davvero scandaloso è l’art.12 che toglie la garanzia del patrocinio legale gratuito per gli immigrati, rinviando la questione alla legislazione nazionale. Certo, chi arriva su un barcone sulle nostre coste, avrà sicuramente la possibilità di rivolgersi ad un avvocato…ma ce ne rendiamo conto? L’Europa, patria dei diritti e dell’accoglienza, impedisce, da ieri, a migliaia di persone che vivono una situazione di enorme disagio, la possibilità di tutelare i propri diritti in sede giudiziaria.

L’articolo 14 prevede la cosiddetta “detenzione amministrativa” fino ad un anno e mezzo per qualsiasi straniero giunto o in ogni caso presente nel territorio di uno dei paesi europei in maniera ritenuta ‘irregolare’. A parte il fatto che anche il neo-commissario UE per la giustizia, Jacques Barrot, ha riconosciuto che la stessa definizione di irregolarità varia da paese a paese, e che quindi questo fatto rende possibile casi di diversa applicazione della normativa, è facile notare che il limite massimo di detenzione di diciotto mesi è più alto dei limiti in vigore attualmente in quasi tutti i paesi europei: non è difficile ma è agghiacciante prevedere che molti paesi correranno ad adeguare, legittimati dalla UE, il limite massimo di detenzione amministrativa.

Mi è piaciuta la riflessione di Guido Barbera, presidente del Cipsi e anche della mia Ong, il Vides, che ho letto sull’agenzia di stampa Misna. Guido, mettendo in evidenza il fatto che la direttiva sui rimpatri viola diversi articoli della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” approvata proprio 60 anni fa, mette in evidenza come la risposta alla sfida del fenomeno delle migrazioni “necessita di una politica di cooperazione autentica, finalizzata ad offrire concretamente a tutti i cittadini la possibilità di beneficiare di tutti i loro diritti riconosciuti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Sempre su Misna ho letto la sdegnata reazione di Jean Leonard Touadi, parlamentare dell’Italia dei Valori che, riferendosi alla tragedia dei giorni scorsi sulle nostre coste, ha chiesto: “I 40 del barcone sarebbero stati rei di essere immigrati clandestini; oggi sono rei di essere morti?”; e ha proseguito: “L’esercito va mandato in quei porti e in quelle zone d’ombra del nostro paese dove le organizzazioni criminali come mafia e ‘ndrangheta la fanno da padrona. La clandestinità è una condizione esistenziale, non un reato.”

Credo davvero che sia arrivato il momento di reagire di fronte a tanta ingiustizia e mi preoccupa, da questo punto di vista, il silenzio del “cittadino della strada”. La nostra richiesta di sicurezza, sicuramente legittima e sacrosanta, non può essere barattata con la violazione indiscriminata dei diritti umani nei confronti di migliaia di persone. Dobbiamo essere inflessibili nei confronti di chi delinque ma nello stesso tempo avere anche chiaro che la maggioranza delle persone che arrivano sulle nostre coste è costretta a fuggire dal proprio paese perché colpito da guerre, regimi dispostici, fame o disastri naturali dei quali spesso i paesi ricchi sono responsabili.

E allora, se, come dice il presidente della Commissione europea Barroso, gli immigrati clandestini sono spesso delle vittime, perché trattarli come dei colpevoli a prescindere?

Spero che questo sia il tempo della società civile, della responsabilità collettiva, della cittadinanza attiva. Spero che la reazione di fronte ad una direttiva tanto ingiusta e insensibile faccia correggere la direzione ai nostri governi che si sono mostrati così ciechi e sordi.




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18 giugno 2008

Giornata mondiale contro la desertificazione

 

Si è celebrata ieri in tutto il mondo la giornata internazionale contro la desertificazione che aveva come tema “Combattere il degrado delle terre per un’agricoltura sostenibile”. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, dando sviluppo al tema della giornata, ha auspicato che “le terre aride e di confine” arrivino ad essere “considerate potenziali aree di agricoltura intensiva sia per i prodotti alimentari che per i fabbisogni energetici”.

Al di là di questo comprensibile e condivisibile auspicio del segretario generale dell’Onu, è un dato che il deterioramento del suolo diminuisce sensibilmente le terre coltivabili del pianeta, interferendo in maniera negativa sulla vita delle persone e sullo sviluppo economico dei paesi e causando di conseguenza un clima di instabilità politica e sociale.

Il livello della desertificazione del pianeta ha raggiunto un livello tale che ogni anno l’Africa perde quattro milioni di ettari di foreste con una media doppia rispetto al resto del mondo.

Per capire il pericolo delle desertificazione ed individuare le possibili soluzioni e contromisure bisogna arrivare a capirne le cause, che hanno un duplice profilo: quello delle responsabilità dell’uomo, ravvisabili nello sfruttamento eccessivo delle terre, nel disboscamento e nella cattiva irrigazione, e quello dei fattori naturali quali la natura dei suoli, le piogge, il vento, le temperature. Analizzando le cause della desertificazione appena illustrate si capisce facilmente come per arginare il problema sia necessario agire a livello locale, investendo sui comportamenti delle singole comunità. Solo passando dal globale al particolare è possibile acquisire la reale consapevolezza del problema e cercare di arrivare a delle soluzioni concrete.

Agire nel locale per un miglioramento globalizzato, con la consapevolezza che i nostri comportamenti hanno davvero un’incidenza generale e che molti fenomeni legati alla desertificazione sono collegati fra di loro: la deforestazione praticata da chi abita le terre alte può essere all’origine dell’inondazione di terre basse, l’inquinamento provocato dalle fabbriche può azzerare la pesca, il degrado delle terre aride, in ultima analisi, causa milioni di rifugiati che trovano riparo in altri paesi.



Fonte: Misna




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17 giugno 2008

Uno sguardo sul mondo - 17 giugno 2008

 

Colombia, appello di Morales alle Farc

un appello all’abbandono della lotta armata è stato rivolto ieri alle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) dal presidente boliviano Evo Morales il quale ha ribadito come la lotta per la sovranità e la giustizia sociale non si può fare spargendo sangue innocente e ha auspicato un accordo politico fra le forze rivoluzionarie e il governo per giungere alla soluzione del problema. L’appello di Morales alle Farc per “condurre una rivoluzione democratica e culturale” è giunto pochi giorni dopo un ragionamento analogo fatto dal presidente venezuelano Chavez che aveva chiesto al movimento di liberare subito e senza condizioni tutti gli ostaggi che sono ancora nelle loro mani. E’ davvero da sperare che questo tardivo ma importante movimento di due dei presidenti più influenti dell’America Latina consenta un rapido epilogo della situazione. Per molti anni le troppe connivenze fra le Farc e alcuni governi dell’America del sud ha legittimato di fatto l’operato criminale del forze rivoluzionarie e ha dato buon gioco ai pur deficitari presidenti colombiani per non impegnarsi nel risolvere il problema.

Burkina Faso: campagna di vaccinazione per 800.000 bambini

Finalmente una bella notizia che arriva dall’Africa! Lo scorso fine settimana nella zona di frontiera fra il Burkina Faso e il Niger ha avuto luogo la prima fase di una vasta campagna di vaccinaziona contro la poliomielite che ha visto in sinergia il ministero della Sanità del Burkina, l’Unicef e l’Organizzazione mondiale della Sanità. In questa prima fase, nella quale si è proceduto all’immunizzazione di quasi 800.000 bambini fra gli 0 e i 5 anni in dieci distretti del paese, sono stati impegnati oltre 5000 volontari e 600 addetti sanitari. La seconda fase della campagna, con il richiamo del vaccino, avrà luogo fra un mese. Se si pensa che il costo dell’operazione è stato di appena 700.000 dollari si può facilmente capire come sarebbe semplice, se solo ci fosse la volontà politica, ridurre drasticamente il numero, la gravità e l’incidenza delle malattie che affliggono il continente africano e che ogni giorno provocano migliaia di vittime.

Africa: Giornata del bambino africano

Si è svolta ieri in tutto il continente africa la diciassettesima edizione della Giornata del bambino africano che quest’anno aveva come tema quello del “diritto alla partecipazione”. La data della Giornata, il 16 giugno, è stata scelta nel ricordo delle centinaia di studenti uccisi a Soweto (Sudafrica) dalla polizia mente manifestavano per opporsi al sistema di istruzione introdotto dal regime dell’apartheid. Quest’anno celebrazioni di questa giornata si sono avute in molti paesi africani, dalla Sierra Leone all’Uganda, dall’Etiopia al Congo dove, nella capitale Kinshasa, il programma nazionale per il disarmo, la smobilitazione e il reinserimento (Pnddr) la lanciato una campagna di sensibilizzazione per combattere l’arruolamento dei minori nei gruppi armati nel paese.

Italia: immigrati fra problemi di sicurezza e accesso ai servizi sanitari

Il clima di “enfasi sulla sicurezza” e di “criminalizzazione degli immigrati” che si sta respirando in questi mesi in Italia sta producendo “una riduzione dell’accesso degli irregolari ai servizi sanitari” con gravi conseguenze sulla salute di questi ultimi e rischi per la collettività. E’ quanto denuncia la Società italiana di medicina delle migrazioni che in una lettera aperta denuncia come il pacchetto sicurezza, “pur non contenendo condizioni ostative all’accesso ai servizi sanitari all’accesso ai servizi sanitari, è di per sé ‘patogeno’ per gli immigrati e per la collettività”. Nel denunciare questo fatto la Simm chiarisce come anche “gli immigrati irregolari clandestini abbiano il diritto ad essere assistiti” sia per le urgenze che per le cure essenziali, gli interventi di prevenzione e di continuità assistenziale” in una logica di “garanzia della tutela” collettiva.




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12 giugno 2008

Lavoro minorile: non basta un giorno per contrastarlo

 

Oggi, 12 giugno, si celebra la giornata mondiale contro il lavoro minorile. Una piaga che, nonostante una situazione che sembra tendenzialmente migliorare, colpisce ancora milioni di giovani. Certo, negli ultimi dieci anni, il numero dei minori lavoratori di età compresa fra i cinque e i diciassette anni è sceso sensibilmente e soprattutto in America Latina il miglioramento è stato forte ed incisivo. Tutto vero, ma come essere felici quando questo dramma coinvolge ancora un bambino su sette? Quando nell’Africa sub-sahariana i minori di età compresa fra i cinque ed 14 anni economicamente attivi sono circa 50 milioni, rappresentando il 26% della popolazione? Non è demagogia affermare che fino a quando ci saranno bambini costretti a lavorare per garantire la propria sopravvivenza e quella della propria famiglia quello sarà un segno evidente che viviamo ancora in un mondo ingiusto.

Quale la soluzione quindi? Mi trovo in linea con quanto affermato dal direttore generale dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), Juan Somavia, quando dice l’unico rimedio passa soltanto tramite l’estensione del diritto all’educazione, l’unico arricchimento concreto e duraturo attraverso il quale poter finalmente rompere quel vincolo che lega lavoro minorile e povertà e che porta milioni di minorenni ad abbandonare le scuole per andare a lavorare. Educazione come contrasto al lavoro minorile quindi. Ma è proprio su questo punto che le istituzioni internazionali sono carenti. Non bastano dichiarazioni di principio. Ci vogliono strumenti politici e giuridici per fare pressione su quei paesi, e sono tanti specialmente in Africa, che volontariamente non investono che pochi spiccioli sull’educazione dei propri cittadini, nella convinzione che tenerli nell’ignoranza è essenziale per mantenere lo status quo e non impensierire chi sta nella stanza dei bottoni.




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4 giugno 2008

Rispetto della legge e bene comune universale

 

“Ai Paesi destinatari delle migrazioni, soprattutto all'Europa, rinnovo l'appello in favore dei migranti africani, molti dei quali sono senza dubbio senza documenti, ma spinti da persecuzioni, fame, violenze e tratta di esseri umani. Certamente i governi hanno in tutto ciò la loro competenza, che noi rispettiamo, ma questa competenza deve tradursi ed esprimersi in un dialogo multilaterale, perché nessuno oggi può risolvere questioni così complesse unilateralmente. In ogni caso, è da rifiutare senza tentennamenti l'equivalenza che alcuni fanno tra immigrato irregolare e criminale, anche se, ovviamente, chi si trasferisce in un Paese deve osservarne le regole sociali e giuridiche, ed essere considerato responsabile, come tutti, per il male che commette. I governi devono tener conto del bene comune della loro nazione, ma nel contesto del bene comune universale, cioè di tutta l'umanità. Il Papa stesso moltiplica gli appelli per il rispetto dei diritti dei migranti e delle loro famiglie”. (Da un estratto di un articolo di monsignor Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti pubblicato oggi sull’Osservatore Romano e ripreso dall’agenzia di stampa Misna.)

Mi è piaciuto molto questo invito al dialogo, alla comprensione di fenomeni spesso molto complessi per capire i quali non si può e non si deve far ricorso a soluzioni sicuramente immediate ma quasi sempre parziali e propagandiste. Il dovere del rispetto della legge è sacrosanto ma questo può e deve essere preteso anche in un’ottica di bene comune universale. Ritengo questo passaggio molto alto e nello stesso concreto. Purtroppo anche così lontano dalle risposte piene di pregiudizi, luoghi comuni e colpevoli mistificazioni che si sono lette e sentite in questi giorni.




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4 giugno 2008

E se i cambiamenti climatici fossero soprattutto un paravento?

 

Parlando della crisi alimentare che sta mettendo in ginocchio molti paesi del sud del mondo e che rischia di ridurre alla fame milioni di persone bisogna essere molto attenti nell’individuare le responsabilità. Molto spesso si sente parlare di crisi alimentare causata principalmente dai cambiamenti climatici, dai conseguenti disastri naturali e dall’evoluzione verso i biocarburanti. A parte il fatto che anche ammettendo queste situazioni come la causa esclusiva del dramma alimentare sarebbe piuttosto facile capire che queste stesse situazioni sarebbero non solo la causa della crisi ma anche l’effetto di scelte politiche sbagliate perché non sufficientemente rispettose dell’ambiente, bisogna anche fare attenzione a che la motivazione “cambiamenti climatici” non sia il paravento per coprire una molteplicità di scelte politiche sbagliate da parte dei paesi ricchi e non dia ancora una volta la possibilità alle potentissime multinazionali di proporre politiche speculative..

Condivido da questo punto di vista il senso dell’intervista riportata dall’agenzia di stampa Misna a Ndiogou Fall, presidente della Rete delle organizzazioni contadine dell’Africa occidentale (Roppa). Fall non esita ad individuare nelle politiche commerciali liberali applicate negli ultimi trent’anni la causa principale della crisi alimentare e di conseguenza l’unica soluzione in una riforma seria di queste politiche che dia la possibilità ad ogni paese del sud del mondo la possibilità di proteggere la sua economia e la sua agricoltura.

Fall sottolinea anche il fatto che i contadini ridotti alla fame cercano, spesso senza successo, miglior fortuna nelle città dove molte volte la vita è ancora più dura e le possibilità di sopravvivenza ancora minori. Anche in questo caso si spiega come il fenomeno dell’urbanizzazione che rende impossibile la vita nelle città e lascia le campagne come terra di conquista per le multinazionali non sia un fenomeno ineluttabile ma la conseguenza di scelte politiche precise e irresponsabili.

Quelli dei cambiamenti climatici e dell’suo sempre più incontrollato dei biocarburanti sono senz’altro problemi seri che devono essere affrontati con decisione e lungimiranza. Dietro a questi problemi, e molte volte come causa di questi stessi problemi, ci sono però delle responsabilità dell’uomo, anche questa volta chiare e gravi. Su queste bisogna cercare di incidere per creare davvero i presupposti per un cambiamento vero.




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4 giugno 2008

Vertice FAO: governare la globalizzazione

 

Seconda giornata di lavori al vertice dedicato alla sicurezza alimentare in corso alla Fao. Dai resoconti che arrivano da Roma mi ha particolarmente colpito l’intervento della ministra dell’Agricoltura del Cile, Marigen Hornkohl Venegas.

Le sue parole hanno messo all’attenzione dei partecipanti due concetti fondamentali:

1) la necessità che la politica si riprenda il suo compito di governare al meglio la globalizzazione non abbandonandosi totalmente, specie nel campo dell’agricoltura, alla logica per la quale il mercato dovrebbe sempre autoregolarsi.

2) L’inevitabilità di adottare misure di breve-medio periodo per combattere la crisi alimentare, come “l’eliminazione del protezionismo e dei sussidi che i paesi sviluppati garantiscono ai propri agricoltori e che distorcono il commercio agricolo internazionale.”

Ritornare alla politica quindi per cercare di regolare un fenomeno, quello della globalizzazione, che ha trovato terreno fertile per espandersi e divenire quasi incontrollabile proprio nel momento in cui l’economia, le leggi di mercato, hanno sovrastato la politica stessa rendendola ininfluente.

Un ritorno alla politica anche per consentire una maggior coerenza dei mercati. Dove sta la coerenza dei paesi più industrializzati che da una parte invocano il libero mercato capace di autoregolarsi e poi creano situazioni protezioniste e garantiscono sussidi ai propri agricoltori?

Anche in questo caso si tratta di liberismo in base alla convenienza? Sembra proprio di sì. Ecco perché in un vertice mondiale come quello in corso a Roma assumono un’importanza fondamentale le dichiarazioni di rappresentanti di governi di paesi nei quali l’agricoltura è uno degli elementi essenziali dell’economia nazionale e che vivono sulla propria pelle questa globalizzazione incoerente.




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3 giugno 2008

Ziegler su crisi alimentare

 

Vi riporto un intervento di Jean Ziegler, docente di sociologia alla Sorbona di Parigi e all'università di Ginevra, ex-parlamentare svizzero, oggi Relatore speciale sul diritto all'alimentazione per la Commissione sui diritti dell'uomo dell’Onu. L’estratto, riportato dall’agenzia di stampa Misna che a sua volta lo ha ripreso dal testo integrale pubblicato dal Manifesto, credo contenga un interessante punto di vista su quanto stanno dibattendo i capi di Stato e di Governo riuniti in questi giorni a Roma per il vertice della Fao.

“Quali sono le cause principali delle gravi violazioni dei diritti alla nutrizione conseguenti all'aumento dei prezzi? E qual'è la causa dell’ aumento? Una delle principali è la speculazione, che avviene soprattutto alla Chicago commodity stock exchange (Borsa delle materie prime agricole di Chicago), dove vengono stabiliti i prezzi di quasi tutti i prodotti alimentari del mondo. Tra il novembre e il dicembre dello scorso anno il mercato finanziario mondiale è crollato e più di 1000 miliardi di dollari investiti sono andati in fumo. Di conseguenza la maggioranza dei grandi speculatori, come quelli che investivano in “hedge funds”, hanno finito per investire in “options” e “futures” sui prodotti agricoli grezzi e sui generi di prima necessità. Nel 2000 il volume commerciale dei prodotti agricoli alle varie Borse ammontava approssimativamente a 10 miliardi di dollari; a maggio del 2008 ha raggiunto i 175 miliardi di dollari. Solo nel mese di gennaio 2008, quando è iniziata questa inversione di tendenza, tre miliardi di nuovi dollari sono stati investiti alla “Chicago commodity stock exchange”. Tutti i generi di prima necessità sono per lo più controllati da almeno otto grandi multinazionali. La più grande società che commercia grano è la “Cargill”, nel Minnesota, che l'anno scorso controllava il 25% di tutti i cereali prodotti nel mondo. I profitti della Cargill nel primo trimestre del 2007 erano pari a 553 milioni di dollari; nel primo trimestre del 2008 sono arrivati a un miliardo e 300 milioni. E' difficile calcolare esattamente quanto la speculazione abbia influito sull'aumento dei prezzi. La World Bank fa una stima che si aggira intorno al 37%; Heiner Flassbeck, direttore della Divisione strategie globalizzazione e sviluppo dell'Unctad (United nations conference on trade and development), sostiene che questa stima va probabilmente raddoppiata".





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IN AFRICA DANZANDO LA VITA
Maurizio Cei


Un resoconto, un diario, un viaggio fotografico in parole di alcuni dei momenti più significativi vissuti durante molteplici esperienze di volontariato in terra africana (in Kenya, Angola e Mozambico). Tramite un’associazione di Roma, il VIDES, fondata da una Salesiana di Don Bosco, suor Maria Grazia Caputo, ho avuto modo dal 1996 ad oggi di "sperimentarmi" in attività di solidarietà concreta ed appassionata, in ambito internazionale ed in Italia. In ciascuna di queste occasioni ho provato emozioni che mi hanno fatto crescere e di cui conservo ricordi indimenticabili. In particolare, porto in me il meraviglioso continente africano, troppo spesso travisato e veicolato con visioni distorte ed incomplete. Non sarò certo io a riuscire a darne un quadro verosimile o esaustivo: sono solo un ragazzo che ha dalla sua la curiosità e la voglia di capire. Ma di certo il mio è un tributo sincero ed appassionato, un abbraccio ideale che tenta di ricambiare quello concreto che ho ricevuto lì.      
                                              Maurizio Cei

Se volete informazioni relative al mio primo (e unico?) libro, o se volete acquistarne una copia, potete contattarmi all'indirizzo di posta elettronica ceiempoli@inwind.it. Sono disponibile a fare presentazioni del libro da qualsiasi parte venga invitato, naturalmente a titolo gratuito. La quota a me spettante dalle vendite del libro, e anche un parte di quelle di spettanza della casa editrice, saranno destinati a sostenere progetti di cooperazione internazionale promossi dalla ONG Vides, particolarmente in Mozambico.

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